Questo mese ho letto la traduzione olandese del libro ‘Tornare dal bosco’. Un libro molto bello, incantevole che fa anche riflettere. Parla di un’insegnante che si rifugia nel bosco per riprendersi dopo un avvenimento grave nella sua vita. Interessante è che la scrittrice vive in Olanda, a Maastricht. Ho avuto la possibilità di farle alcune domande.
Ho visto che Lei vive a Maastricht. Ci ho abitato 6 mesi e l’ho sempre considerata una città diversa, nel senso che l’atmosfera è assai caloroso, accogliente rispetto alle altre città olandesi. Lei è del estremo nord d’Italia ed è arrivato nell’estremo Sud di Olanda. Come mai Lei è arrivata in questa città e Le piace il cambiamento all’essere meridionale?
Il sud dell’Olanda assomiglia al Nord dell’Italia sotto molti punti di vista 🙂 Per il paesaggio, il clima, e anche un pochino l’atmosfera. Mi trovo bene, Maastricht è davvero una bella città, piena di studenti, e mi piace il suo essere terra di confine tra Olanda, Germania e Belgio. Io lavoro da casa, come scrittrice e come scout letteraria (per un’agenzia di scouting che consiglia editori e case di produzione sull’acquisto dei diritti di traduzione o di adattamento cinematografico dei libri). Perciò sono flessibile, non devo andare in ufficio. Ci siamo trasferiti a Maastricht da Berlino per il lavoro del mio compagno, che è professore di filosofia qui all’università.
Nel libro una dei protagonisti è una donna, Silvia, che perde i sensi temporaneamente. Mi è piaciuto il modo in cui hai descritto il monologo interiore di questa donna e il suo vissuto. Alla fine del libro Lei ci racconta che la storia è tracciata di una storia vera. Ma mi chiedo se Lei per questo libro ha voluto informarsi di first person perspectives, o se sono bastati intuizioni di psicologia comune?
Ho trovato diversi articoli di giornale dell’epoca che parlavano dei fatti realmente accaduti. Ma romanzo e articolo di giornale sono due testi che funzionano in maniera diversa e rispondono a esigenze diverse. Nel romanzo importano la voce narrante (Prima o terza persona? Racconto al passato o al presente? Quale distanza? Che registro?), il taglio dato alle scene, l’approfondimento psicologico anche attraverso dettagli concreti, i dialoghi. Nel romanzo l’invenzione serve a raggiungere una forma di verità diversa da quella fattuale. Anche la lingua, l’italiano, è cambiata negli ultimi cinquant’anni. Quegli articoli di fine anni Sessanta sono stati un buon materiale di partenza, mi hanno aiutata a chiarire quale fosse il contesto della vicenda. Ho poi parlato con chi si ricordava i fatti e ho attinto al mio rapporto con la vera maestra, ai suoi racconti del collegio di suore, per esempio. Ma a me interessavano le domande che la vicenda pone. Come si può continuare a vivere dopo la morte di una ragazzina? Cosa succede alle persone che l’amavano e alla comunità in cui viveva? Come lavora il senso di colpa nella testa di una persona? Come si può tornare al mondo dopo averlo voluto lasciare? Cosa ci fa pensare di essere degni di amore e di consolazione?
Mi è piaciuto molto il modo in cui Martino riesce ad avere compassione di Silvia, senza perdere i propri interessi o il buon senso. Forse ha potuto solo essere un bambino a reagire così, in realtà facilitando il recupero di Silvia, dandola lo spazio e il tempo necessario per ricuperarsi. Che cosa ne pensa?
Penso che un adulto avrebbe chiamato i soccorsi e portato la maestra, con la forza se necessario, in ospedale. Invece il bambino capisce la vergogna che porta a volersi nascondere, a voler sparire. Capisce che la maestra non è pronta ad affrontare il mondo, a tornare indietro. E ragiona come un bambino: per lui l’incontro con la maestra diventa una missione di salvataggio, un’avventura, come quelle raccontate nei libri e nei fumetti che gli piacciono. Martino custodisce un segreto, come un tesoro sepolto, e questo segreto dà un senso alla sua presenza nel paese. Inoltre è un bambino arrabbiato con i suoi genitori, che l’hanno costretto a trasferirsi in un posto nuovo, e il segreto è anche la sua piccola vendetta. C’è poi un livello diverso del testo, per cui il rovesciamento dei ruoli tra adulto e bambino rimanda alla fiaba, al ruolo del bosco nelle fiabe, ai riti di crescita e di passaggio. Infine, per una maestra che ha dedicato la vita a insegnare, la salvezza non può che arrivare da un bambino. Martino incarna tutti i bambini e le bambine che sono stati importanti per la maestra e hanno dato senso alla sua vita. E’ per loro che torna.
A volte Lei usa nel libro la prospettiva di un adulta che sa i nomi delle piante e degli animali, per descrivere le cose che vede Martino quando entra la foresta. All’inizio mi sono accorta che questa strategia è un po’ sbilanciata perché è ovvio che Martino è il tipo di bambino che sappia questi nomi. Ma la meraviglia della foresta è più apparente per un lettore adulto quando si leggono questi nomi perché diventa più suggestivo. Per Lei il sapere i nomi delle piante e degli animali sono una fonte di gioia?
Il libro è raccontato in terza persona, ma il narratore si avvicina al punto di vista dei diversi personaggi e lo incamera. In realtà la precisione lessicale è molto maggiore quando ci troviamo vicini alla maestra, mentre Martino non riconosce tutte le piante e gli animali che vede (per esempio la martora morta che lancia ai ragazzi che lo maltrattano). Per Martino il bosco è il luogo del gioco, della fantasticheria. Io personalmente adoro imparare i nomi dei fiori, delle piante, degli uccelli… Trovo che nella precisione lessicale risieda un alto tasso di letterarietà e anche di poeticità. Amo i poeti-scienziati, da Lucrezio in poi. Lavoro spesso con erbari e repertori lessicali aperti sulla scrivania.
Grazie Maddalena per l’intervista e ti auguro un buon tempo in Olanda, per quanto duri!
L’intervista è pubblicato in traduzione olandese su DitisItalie.nl


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