Libri olandesi - cosa leggere

Libri olandesi che ho letto nell’anno scolastico 24-25

Forse questo tipo di liste sono più adatte per il mese di dicembre, ma in quel periodo sono sempre un po’ sopraffatta a causa di tutti i giorni festivi, il buio invernale, l’anniversario della morte del mio padre e in tempi recenti anche tutte le attività dei miei bambini a scuola. Adesso ho un po’ di tempo, quindi….

Leggo molto, in questo tempo prevalentemente saggi. Su quello che leggo in Italiano vi consiglio di seguire il mio sito Dilatua.nl dove scrivo in olandese sulla lingua italiana. Poi leggo anche in inglese e leggo delle traduzioni in olandese di scrittori stranieri, ma lasciamo perdere anche quella, perché sono qui un po’ come promotrice della mia cultura.

Il dicembre del 24 ho finito Mensen zonder uitstraling di Jente Posthuma (1974). La traduzione del titolo sarebbe un po’ come ‘gente senza carisma’. Il che ho trovato un titolo promettente in questi tempi in cui siamo promotori della nostra individualità. Per me è molto accattivante vedere come la noia può essere fonte di riflessione, persino come crisi esistenziale. (Molto borghese la preoccupazione, perché cosa si mette davvero al gioco? Niente). È bello però celebrare la genuina semplicità in tempi dove le estremità concorrono per la nostra attenzione.

In quel senso sembra un po’ collocarsi nella tradizione di Gerard van t Reve che ha scritto il libro ‘De avonden’ (Le sere), considerato un classico della letteratura olandese, che ha appunto questo tema di come possiamo sopportare la noiosa quotidianità.

La protagonista è una giovane donna. Suo padre è psichiatra, quel tipo di buone intenzioni ma anche senza molto immaginazione e poco propensa alla lotta. Così anch’io ho conosciuto i professionisti della cura mentale: non sono mai d’accordo con te quando senti un disagio sociale o istituzionale, ma ti chiederanno sempre: ma tu, cosa è l’effetto di queste cose su di te? Comunque, la protagonista è simpatica, sta cercando un po’ di senso nella vita, ma senza pretese.

È uscito nel 2024.

Recentemente ho anche ascoltato un appuntamento di un podcast con la scrittrice in cui parla del suo libro, anche recente: ‘Heks heks heks’ (Strega strega strega), libro uscito nel 23, perché era un approfondimento per il mio club del libro sulla femminista Silvia Federici. Codesta ha scritto come le roghe delle streghe erano un modo del capitalismo per sradicare l’avversione politica della donna nel loro processo di accumulazione. Ne ritornerò dopo, perché delle streghe si può dire tanto.

In febbraio ho finito ‘Witte onschuld – Paradoxen van kolonialisme en ras‘ (Innocenza bianca – Paradossi di colonialismo e razza) di Gloria Wekker (1950). Wekker è una emirata dell’antropologia culturale all’Università di Utrecht. Si intende del femminismo intersezionale ed è anche stata attivista e eleggibile per il partito Bij1. Il libro è uscito in 2016 e spiega come idee di razza e la storia coloniale hanno definito la storia e la memoria storica olandese. Gli olandeso spesso si vedono come indifferenti al colore della pelle, ma il razzismo in Olanda è presente ovunuqe. Gli olandesi spesso non vogliono essere ricordati a questa nozione.

In febbraio ho finito Tekenen van het universum di Emy Koopman (1985). (Traducibile come Segni dell’universo) La scrittrice ha studiato psicologia e letteratura e ne ha fatto anche un phd. Inoltre è stata giornalista per qualche piattaforma giornalistica investigativa. Nel libro è molto eloquente a spiegare la cotta per uno che non è il suo ragazzo come dilemma morale. Fa riferimenti culturali riconoscibili a quelli che sono cresciuti in olanda negli anni ’90 e ’00.

In aprile ho sfogliato le fotografie nel libro di Robin de Puy (1986), fotografa famosa che ha viaggiato molto negli Stati Uniti da dove sono emerse delle belle fotografie. Quello che mi è rimasto di lei, ma non so se se ne parla anche in questo libro, è il suo rapporto con Randy che racconta secondo il New Yorker: A joyous, mysterious portrait of rural American boyhood.

In aprile ho letto Jij mag alles zijn di Griet op de Beeck (1973) (Traducibile come ‘Tuo puoi essere di tutto) che è stato un regalo di mia madre, perché a lei il libro è piaciuto tantissimo. L’ho letto con piacere e l’ho anche consigliato ai miei studenti del livello B1/B2 perché la protagonista è una bambina e il lessico e le frasi sono molto accessibile, ma il tema (la depressione della madre e l’effetto di questo stato sui suoi prossimi) è adulto.

La scrittrice è belga ed è diventato molto visibile nel mondo popolare come autorità sul malessere psicologica. Quando è stata nominata intervistatrice del programma conosciutissima Zomergasten c’era qualche polemica di chi diceva che una che propaga le teorie pseudo-scientifiche nel mondo terapeutico non dovrebbe presentare un programma informativa. Ma poi si è zittita la polemica quando hanno risposto che lo avrebbe fatto in quanto scrittrice/ intervistatrice. Comunque, si vedeva nel programma un po’ la tendenza a sovrapsicologizzare le domande rivolte agli ospiti, secondo mio modesto parere.

Ultrabella ho trovato però l’edizione con la carta biologica e i disegni di Linde Faas, che di quanto so io di illustratrici (che è poca) è la migliore!

In aprile ho letto anche Hèhè di Paulien Cornelisse (1976). Un saggio breve della scrittrice che è un po’ la Vera Gheno olandese. Si intende della lingua, come è usata e ne sa fare una commedia prendere in giro certe espressioni, modi di dire moderni. Amo molto la sua precisione, la sua capacità analitica ad verbalizzare un certo inquietudine che sentiamo quando uno usa certe parole. Questo librino poi era un piccolo saggio per la settimana del libro in cui Cornelisse spiega come usiamo i particoli modali. Parole come ‘maar’, ’toch’, ‘even’ etc. Parole che sono difficili per uno straniero da usare, ma che contengono una ricchezza semantica e che in realtà sono più interessante che uno potrebbe aspettare di questa categoria grammaticale.

In aprile ho finito in un oretta anche il Biografie van een vlieg (Biografia di una mosca) di Jaap Robben (1984) che mi era stato regalato da un’amica per il mio compleanno. Un libro leggerissimo, divertente, che non ha lasciato tracce, solo un’ora meritata di svago di 64 pagine, disegni carini inclusi di Paul Faassen

Fine maggio ho letto Het nationaalsocialisme als rancuneleer di Menno ter Braak (1902). Un classico olandese per l’antifacismo. Il titolo si tradurebbe come il nazional-socialismo come dottrina di rancore) In questi tempi spesso vediamo il voto alla destra estremista spiegata come problema di classe, una reduzione semplistica. L’ho letto come supplemento al mio club del libro sui libri di Scurati su Mussolini. Praticamente il libro dice che in una società democratica ci viene promessa la parità e l’equità ma è una promessa vana e illusoria per cui la gente diventa insoddisfatta e pieno di rancore. E qui entra la promessa di una soluzione finale, che è il Nazionalsocialismo.

C’è una introduzione informativa di Bas Heijne, che da anni è un giornalista informato ed equilibrato nel confronto della politica ha sempre un po’ una distanza intellettuale.

In giugno ho letto Luisteroefeningen di Miriam Rasch, che è una filosofa. In questo libro, che si traduce come ‘Esercizi di ascolto’ indagina cos’è ascoltare, prendendoci alla mano attraverso istallazioni e performance artistici, il cinema e la letteratura. Saper ascoltare, dare lo spazio all’altro, Dove potremmo iniziare? Quali sono le considerazioni ? Non è un manuale di istruzioni, è una collezione di pensieri, ma un po’ associativo. Forse alla fine, dopo l’ultima pagina avrei dovuto riflettere un po’ di più sull’organizzazione del libro, come erano strutturati i capitoli, anch’io sono stata un po’ associativa, andando di qua e di la. Ma ho apprezzato molto l’intento, quello di ascoltare DAVVERO l’altro.

In giugno ho letto anche Het tij keren di Joke Hermsen (1961). Che sarebbe traducibile un po’ come volgere il vento. Nel libro si parla di Rosa Luxemburg e Hannah Arendt e come queste due donne potrebbero aiutarci nei giorni d’oggi.

Un altro saggio era di Mirjam de Rijk, economista per De groene Amsterdammer (rivista paragonabile all’Espresso), che ha scritto Gekaapt door het kapitaal (traducibile come Ostaggio del capitale) in cui ho potuto leggere la mia frustrazione sul governo che da sussidi a tutti questi istituti pubblici liberalizzati negli anni 90 e ’00, come ospedali, scuole e asili nidi. In seguito alle liberalizzazioni tutti sono stati costretti a prendere prestiti o a vendersi al private equity che poi spesso non è interessato a garantire la qualità del prodotto che chiamiamo ‘benessere’, ma solo al profitto.

In giugno ho letto anche Taal grijpt altijd in di Bram de Ridder che tradurrei come La lingua come sentenza. Lui è psichiatra e il libro è pubblicato dall’istituto per filosofia Isvw. Non è psichiatra in Olanda, dove abbiamo tanti istituti convinti ancora delle medicine come soluzione più accessibile ai problemi di mente, ma lavora anche in Bonaire dove forse le strutture sociali permettono una visione più umana in una lingua che non definisce i problemi altrui ma cerca significato della vita in una collaborazione linguistica.

In giugno (sì erano le vacanze) ho letto anche Na verzet komt revolutie di Clarice Gargard (1988) (Dopo la resistenza ci sarà revoluzione). Questo libro sì che è un manuale che ci aiuta a persistere con i nostri ideali di communità ed equità. Seguendo il suo percorso, la vita di Gargard, lei ci fa complice e testimone della lotta sociale necessaria. Sì antifacista.

In luglio ho letto anche De terugkeer van het lesgeven di Gert Biesta (1957). Lui è un pedagogista , non insegna in Olanda, però è visibile nel dibattito pubblico, anche quello che riguarda il ruolo del IA nell’educazione. Il libro forse si fa tradurre come il ‘ritorno all’insegnamento’. Ma qui è già importante l’etimologia della parola insegnare o educare, come spiega il filosofo nel suo libro. Ho riconosciuto un po’ in lui la filosofia pedagogica di Massimo Recalcati. Amare la vita storta, la ricerca della connessione, la ricerca dell’Altro nella sua unicità. Molto bello. Sembra che in questi tempi tanti hanno voglia di vendicare un diritto a scuola della loro propria verità, ma la scuola deve socializzare e rispettare idee e culture diverse contemporaneamente.

In agosto ho letto un libro pubblicato dal museo Belga Ghuislain, dove si celebra la follia. Il libro si chiama Het spel van de Waanzin – Over gekte in film en theater. (Il gioco della follia, la follia nel film e nel teatro) L’ho letto a casa di mia madre. Il libro è di mia sorella che ha fatto uno stage al museo 20 anni fa e ha lasciato i libri nella mia casa materna. Anche in Olanda c’è un museo della follia, a Haarlem. Che prima si chiamava Dolhuys, ma recentemente ha cambiato per un nome più inclusivo. (Che per me non era necessario, il passato va anche ricordato nella sua complicità)

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In agosto ho letto poesie di Annie MG Schmidt (1911). Annie MG Schmidt è un mito. Sempre controvento, tenera, testarda, autonoma, femminista controvoglia fa parte del canone letteraria e le sue poesie (questa è una antologia che si chiama Ziezo’tjes con olandesi conosciuti che possono presentare il loro preferito. Uso qualche sua poesia per le mie lezioni. Come per esempio ‘Het kameeltje’, il camellino.

Poi una raccolta di poesi senza senso con il titolo del omonima poesia Ik wou dat ik twee hondjes was (Vorrei che fossi due piccoli cani). Trovato all’usato. Questo titolo è preso della poesia di Godfried Bomans (1913). Ik zit hier voor het vensterglas onnoemelijk te vervelen. Ik wou dat ik twee hondjes was, dan kon ik samen spelen. Mi sto annoiando qui davanti alla finestra, vorrei che fossi due piccoli cani, così potrei giocare insieme. La raccoltà di 1982 è un antologia di poesie prive di senso, belle senza molte pretese. Sono incluse Kees Torn, Drs. P tra i miei favoriti.

L’ultimo in settembre è stato scelto per farmi il favore di uno svago dopo aver finito il secondo libro M di Scurati L’uomo della provvidenza. Simon Carmiggelt riesce sempre a stimolare il mio umore. A volte devi farti il favore della leggerezza, della tenerezza, della risata. Dwaasheden sono storie breve (sempre 2 o al massimo 5 pagine) delle vicende dello scrittore. È autobiografico. Le illustrazioni sono di Peter van Straaten, un mito a far visibile la semplicità della gente comune, in cui riconosciamo noi stessi.

Settembre: ho letto anche un’antologia di Kees Torn (1967 (Lui è il maestro della poesia tecnica in combinazione con il privo-di-senso. Molto bello. Il libro si traduce come ‘bel casino’. Ho un po di reluttanza del diritto d’autore per cui non cito sue poesie qui, ma online si trova di tutto. È bellissimo come combina ricercatezza formale con una semplicità nel significato sorprendente, poco banale e anche un po’ anarchica. La ricercatezza tecnica mi piace solo quando serve la semplicità, l’assurdità o il privo di senso. Non deve reggere un’ ideologia.

Supplementare anche al mio club del libro era il saggio Het geval Hekse Falsema di Daan Heerma van Voss (1986) ( traducibile come Il caso Hekse Falsema). Hekse Falsema è una anagramma per trovare la parola ‘strega’ (heks) per così chiamare la sindaca di Amsterdam Femke Halsema. Lo scrittore (figlio di una nota femminista in un rapporto di amore con un’altra nota femminista) descrive come è possibile che le donne vengano chiamate streghe nel dibattito pubblico. Sia le cause che le effetti sono importanti. Misogina spiegata, interessante. Purtroppo quelli che dovranno leggerlo, non lo faranno.

L’ultimo libro olandese di settembre era Galmende geschiedenissen di Sinan Cankaya (1982). Autobiografico, i genitori della Turchia, classe basse economicamente di origine, lui è antropologo al Vrije Universiteit di Amsterdam. Nel libro descrive come abbiamo usato l’olocausto e la fondazione dello stato di Israele per liberarci del peso della colpa ma come siamo rimasti ignoranti alla sofferenza dell’Altro. Situazione politica che persiste adesso nella striscia di Gaza. Tradurrei come Storie echeggiate. Raccomando anche questo.


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