Mostre e concerti olandesi

Mostre e concerti olandesi di recente

Per fortuna sono stata capace quest’anno di uscire un po’ di casa. Per anni sono stata ipervigilente, una condizione psicologica che rende una visita fuori casa molto faticosa. Essendo in un stato migliore adesso, ho colto l’occasione di andare in giro e fare qualche viaggio mentale sul posto di un museo o sala concerti, invece che sul divano. L’elenco qui è quella che riguarda la cultura dei Paesi Bassi.

2 gennaio ero alla mostra Dichter bij het Zwarte Gat (Avvicinarsi al buco nero) al Boerhaave Museum a Leiden. Una mostra nel museo scientifico sui buchi neri. Sono andata insieme ai miei figli e mio marito, amanti della fantascienza e scienza senza fanta. A dire il vero, l’interesse era soprattutto del mio figlio. C’era un bellissimo vestito stravagante e nero di Viktor e Rolf, due stilisti famosi olandesi. A mia figlia piaceva giocare con le istallazioni di luce. Mio figlio ha suonato il Theremin, un strumento musicale che si suona attraverso il movimento delle mani nell’aria. Io, personalmente non ho salvato né guardato con molto interesse le informazioni scientifiche.

Il museo ospita anche un teatro anatomico. Recentemente ho letto ancora sulla desacralizzazione della visione del corpo in quanto oggetto morto, conseguenza anche della concezione cartesiana che divide corpo e intelletto. È interessante che adesso ci sono sempre più persone, parlando di benessere mentale, che ritornano all’idea della corporeità come fonte di sapere per l’autocoscienza e il conoscere sé stesso. Mi sembra un ritorno a un sapere che abbiamo perso un po’ in quel periodo.

21 marzo ho visto Warhaus in Eindhoven. Sono andata con Suzanne, mia amica di Schoonhoven che normalmente frequenta concerti più forti (hardrock), ma si è prestata a l’occasione per farmi compagnia. Secondo me le canzoni di Warhaus (un gruppo musicale belga) sono sensuali e allucinanti. Questa è una delle mie preferite.

27 marzo ero al Museum Voorlinde, sono stata con Masha, una mia amica del liceo. Lei è sempre disposta a mitigare le mie opinioni a volte un po’ troppo forte (tipo: a che cosa serve tutta quest’arte concettuale, le storie sono troppo ricercate!) Poi lei mi fa sapere che la storia dell’arte concettuale esiste da Duchamps e se tu lettore te ne intendi di più, puoi correggerci entrambi che prima già di Duchamps esisteva pure! Avremmo voluto vedere la mostra di Nick Cave, mi piacciono i suoi progetti sulla salute mentale, ma qui aveva esibito alcune figurine ceramiche con le quali rappresenta il diavolo. Ma tutto era già mandato al diavolo perché eravamo troppo tardi, la mostra era già finita. Ma il posto del museo è molto bello e c’erano anche altre cose belle da vedere. Potrei divagare su di quelle, ma preferirei mostrarvi una foto scattata in cui si ha un’impressione dell’architettura. Quanto spazio, quanta luce!

Il 19 aprile ho visto Sylvie Kreusch a Utrecht (Tivoli). Sia forte che fragile, ottima combinazione. Pure lo stile mi piace molto. Non analizzo molto i suoi testi, canta in inglese, nonostante il fatto che è belga anche lei. Ho ballato e mi sono lasciata andare. Che ci vuole ogni tanto.

Il 18 maggio sono andata a Good Mom, Bad Mom al Centraal Museum a Utrecht. Una mostra che intuisce cosa possa essere la maternità. Non solo da punto di vista occidentale o eterosessuale, ma la generazione sì doveva essere legata al parto di un nuovo essere umano. Noi (parlo qui di mio marito ed io) abbiamo deciso di avere bambini perché mio marito voleva tanto, e io volevo renderlo felice. Poi in realtà io ho fatto gran parte del lavoro. Non dell’educazione, ma sì tanto lavoro pratico: mangiare, panni, vestire, giocattoli, dormire. Non lo fanno da sé. Mio marito ha lavorato a tempo pieno per molto tempo e io, essendo un po’ sopraffatta emotivamente, sono rimasta con i bambini. E a dire il vero, non mi è sempre piaciuto, quel lavoro ripetetivo. Se avessi potuto lavorare per scappare di casa, l’avrei fatto! La mia bibbia che riguarda la maternità è A life’s work – di Rachel Cusk che deromantizza molto la maternità. Sono andata con mia cognata, che era un ottima scelta perché anche la sua vita non permette di romantizzare la maternità.

Il 1 giugno ero al Tussen Hemel en Oorlog (Tra cielo e guerra) al Catharijneconvent. Sull’arte in Europa del Nord tra la prima e seconda guerra mondiale. Sono andata con Reshma, una mia amica che abita a Utrecht. Ero interessata ad approfondire un po’ la mia conoscenza sull’interbellum. In quel periodo stavo leggendo Il figlio del secolo di Antonio Scurati, che riguarda appunto questo avvento del fascismo tra 1919 e 1924. All’Università ho dato anche un esame che riguardava il fascismo italiano. Nel passato ho scritto anche sul futurismo: l’ideale dell’uomo azione (action man mi fa pensare quelle bambole americane basate su programmi televisivi come Spiderman, comunque…) e anche, molto interessante : l’atteggiamento spesso favorevole alla guerra.

In questa mostra però si vedeva molto più chiaro l’effetto disastroso della prima guerra mondiale in un arte che colpisce. Tanti quadri e lavori forti e tristi a causa della follia (sia interiore che esteriore) e la perdità dei cari. Con la mia amica, che lavora in un centro di cura per la salute mentale, abbiamo parlato del ruolo di trauma per le nostre idee. A volte la gente sembra di avere paura di persone traumatizzate. È molto importante parlare dei nostri traumi ed essere aperta in confronto di essi in modo che possiamo meglio equilibrare il nostro comportamento. Invece spesso la gente ha paura di parlare di temi difficili perché è considerato troppo intenso.

Il 13 agosto ero al museo De Fundatie a Zwolle, con mia amica Alke e ci siamo soffermate e meravigliate davanti a quadri diversi. La mostra era su Henk Heideveld, che è un artista locale, famoso dagli anni 70 per i suoi lavori che interrogano dio, dice il museuo. (Quale artista non l’ha fatto?) Ha usato oggetti amministrativi dell’olocausto per fare il suo punto e ha dipinto il binario tedesco in bianco, per farci notare l’infrastruttura genocidale di una volta. Molto gonfiato era il letto gonfiabile in forma di croce. Così ha illustrato ulteriormente il suo scetticismo religioso.

Questa foto con un cagnolino ho mandato a mia figlia (non è di Heideveld). Guarda che ha anche i baffi!

Il 6 settembre sono stata a un concerto di The Haunted Youth, belga anche loro, testi anche in inglese. Mi piace la musica ma ho sentito un bel po’ di compassione per il cantante, che mi sembra di soffrire molto. La musica non è molto positiva, che è già chiaro dal testo ‘I feel like shit and I want to die‘ oppure ‘it’s in my head i’m better of dead sometimes’. Ci sono tante persone che condividono questo sentimento e a chi fa bene di lasciarsi andare un po’ con questo sentimento, sublimando il pensiero in un ballo, invece che nel suicidio.

In questo rispetto è molto bello quello che offre questa musica, ma nel concerto era anche sentito una pesantezza condivisa nel pubblico. È interessante notare questo sentimento, perché secondo me risulta appunto anche nella compassione verso l’altro. C’è la possibilità di riconoscersi nell’altro. Come diciamo in olandese: in questa vita zitten we allemaal in hetzelfde bootje. Siamo tutti nella stessa barca, non c’è una possibilità facile ad una vita più semplice e dobbiamo roeien met de riemen die je hebt, dobbiamo remare con i remi che abbiamo, non ci sono altri mezzi. Sono andato con mio cugino Hannes, il concerto era a Heerlen, nel sud di Olanda.

Il 1 ottobre ero all’ ILFU (Internationaal Literatuur Festival Utrecht) presso un incontro su Audre Lorde (1934-1992), Audre Lorde è una scrittrice che si autodefinisce ‘black lesbian feminist, socialist, worrior, poet’. Era un incontro con Gloria Wekker (emirata in gender studies), Sylvana Simons (ex-politica), Marieke Heitman (scrittrice) e Mia You (docente universitaria). Si parlava del suo (Lorde) libro Zami, che in realtà non ho letto ancora. Qualche anno fa ho cominciato la lettura di Sister Outsider, ma non avevo finito per qualche motivo. Sarà che non mi sono riconosciuta nel subalterno descritto. Nell’autobus verso Utrecht (l’incontro era nella biblioteca centrale di Utrecht, posto molto bello e accogliente) ho letto però The uses of anger, un articolo scritto nel 1981 (anno della mia nascità) che ho trovato molto eloquente ed equilibrata per incitare le donne a considerare giustificata la rabbia, in tanti contesti, contesti di cui lei scrive.

Allora, questo era un po’ quello che ho visto e ho sentito ultimamente. Nelle vacanze autunnali andrò al Design Week ad Eindhoven e alla mostra di Iris van Herpen (stilista) al museo Lakenhal a Rotterdam. Se avete suggerimenti, mi fate pure delle raccomandazioni! Sarò curiosa sapere dove siete stati voi.


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